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Per chi è malato di tumore sono nate le reti oncologiche fra ospedali di diverse regioni

Iniziativa tesa a cancellare la differenze di trattamento, di tempi e di efficienza delle varie strutture. Al Sud ci si ammala meno.

Qualche passo in avanti, grazie alla sensibilità di alcuni centri di cura del Sud, si comincia a vedere. Ma la migrazione sanitaria continua a rappresentare un problema rilevante per l’Italia, soprattutto nella cura dei tumori. Oltre che un elemento di forte disparità sociale: perché nel Mezzogiorno ci si ammala meno di cancro, ma si muore di più. Segno che c’è ancora molto da fare: dalla prevenzione primaria alla diagnosi precoce, dalla disponibilità di poter accedere ai trattamenti più efficaci per ogni singolo caso all’annosa questione delle liste di attesa. Tutti problemi che chi si ammala e chi cura questi pazienti conosce. E che possono essere facilmente comprensibili a tutti citando due numeri: (quasi) 91mila e settemila, pari agli italiani che ogni anno cambiano regione per curarsi e agli euro che le loro famiglie spendono per assecondare questa necessità.

Le reti oncologiche in Italia

Per far fronte a questa disparità – di fatto – di trattamento le istituzioni e la comunità scientifica hanno da tempo avviato l’istituzione delle reti oncologiche su base regionale. Si tratta dell’organizzazione di un collegamento tra tutti gli ospedali che hanno un reparto di oncologia, in modo da permettere a un paziente di essere curato nel modo più opportuno senza spostarsi dal proprio domicilio.

Il processo riguarda tutte le Regioni, anche se di fatto sono soltanto nove quelle in cui è già stato attuato: Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia Autonoma di Trento, Campania e Puglia.

Seppur con una casistica differente e con alcune lacune ancora da colmare, in questi territori si cominciano a vedere i benefici di questa piccola rivoluzione: riduzione delle migrazioni sanitarie, accesso all’innovazione, punti di ingresso nella rete riconosciuti e vicino al domicilio del paziente, integrazione con la medicina del territorio e con il volontariato.

Un «gate» per accedere alle cure in tempi brevi

Le reti oncologiche rappresentano un’occasione per riconvertire la spesa sanitaria e favorire un miglioramento della qualità e dell’appropriatezza delle cure. La maggior capacità delle reti di intercettare la domanda si esplica con la disponibilità di punti di accesso riconosciuti sul territorio, vicini al domicilio del malato. «Nelle diverse reti possono assumere vari nomi, ma in ogni caso questi punti hanno compiti di informazione, accoglienza e prima diagnosi dei nuovi pazienti oncologici», ha affermato Oscar Bertetto, direttore del dipartimento interaziendale interregionale della rete oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, nel corso di un appuntamento organizzato dalla coalizione «All.Can Italia», per affrontare il tema della migrazione sanitaria in ambito oncologico.

«Il successivo step prevede l’invio dei pazienti ai centri clinici di riferimento, oltre al supporto nell’espletamento dei compiti amministrativi e gestionali». Si tratta, di fatto, di «gate» di accesso alle cure, cui segue il monitoraggio del percorso assistenziale in ogni struttura di riferimento. Nei punti di accoglienza, che devono essere diffusi sul territorio regionale e opportunamente indicati, il paziente deve avere modo di entrare in contatto con un team multidisciplinare: composto da un oncologo, da uno psiconcologo, da un infermiere, da un assistente sociale, da un operatore amministrativo e dai volontari delle associazioni dei pazienti.

Il ruolo dei Pdta

I vantaggi legati alla loro istituzione sono molteplici. Si va da un più alto tasso di adesione agli screening oncologici alla possibilità di curarsi a pochi chilometri da casa, senza per questo intaccare le chance di guarigione. Fondamentale, in questo senso, è l’istituzione dei piani diagnostici e terapeutici assistenziali (Pdta): fondamentali per essere certi che non ci sia alcuna differenza nel trattamento della stessa malattia oncologica, tra il paziente in cura in Sicilia e lo stesso affidato a una struttura veneta.  Al momento, la massima uniformità si ha per i tumori al seno e al polmone. Ma si sta lavorando alacremente per fare in modo che lo stesso approccio possa riguardare altre neoplasie piuttosto frequenti: come quelle del colon, della prostata e della vescica. I dati iniziano a dire che la sopravvivenza risulta più alta tra i pazienti colpiti da un tumore nelle regioni in cui sono attive le reti oncologiche.

Le reti per far crescere anche la ricerca

Le reti oncologiche sono considerate un’opportunità non soltanto per l’assistenza, ma anche per la ricerca. «Occorre garantire un sostegno economico, favorendo e incentivando le sinergie tra i ricercatori – dichiara Gianni Amunni, direttore generale dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze -. Va individuata un’infrastruttura comune per le sperimentazioni cliniche, in grado di promuovere la partecipazione a studi anche nelle realtà periferiche. I passi in avanti registrati negli ultimi anni sono stati compiuti grazie alla ricerca, che ha reso disponibili armi efficaci come le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoterapia».

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